080 Tra l’addentare il cioccolato e leccare la panna

By 25 Maggio 2017News

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Tra l’addentare il cioccolato e leccare la panna
di Sante Maurizi

Anche attraverso la canzone alcuni autori tentarono di ridimensionare l’euforia degli anni del cosiddetto boom economico – tra il 1955 e il 1965. Ad esempio questa canzone scritta da un altro scrittore e poeta, Franco Fortini. Si chiama “Quella cosa in Lombardia”:

Quella cosa in Lombardia, parole di Franco Fortini, musica di Fiorenzo Carpi

 Sia ben chiaro che non penso alla casetta
due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi,
che verrà quando verrà…
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica,
di famiglie cadenti come foglie…
di figlie senza voglie, di voglie senza sbagli;
di millecento ferme sulla via con i vetri appannati
di bugie e di fiati, lungo i fossati della periferia…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”
Vanno a coppie, i nostri simili, quest’oggi
per le scale, nell’odore di penosi alberghi a ore…
anche ciò si chiama “amore”;
certo, è amore quella fretta tutta fibbie, lacci e brividi
nella nebbia gelata, sull’erbetta;
un occhio alla lambretta, l’orecchi a quei rintocchi
che suonano dal borgo la novena; e una radio lontana
dà alle nostre due vite i risultati delle ultime partite…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Dico proprio quella cosa che sai,
e che a te piace, credo, quanto a me!”

L’amore, “fare all’amore”. Poche volte la canzone è riuscita a raccontare con toni così semplici e garbati un tema che si presta facilmente a essere trattato in maniera volgare. Anche perché qui è la donna a mostrare di non avere pudore di voler andare a “fare all’amore”. È lei a proporre al suo uomo “quella cosa che sai, e che a te piace, credo, quanto a me”. Scandalo! Mi immagino già i commenti di chi sentiva questa canzone quarant’anni fa: “Sfacciata!” “Svergognata!”…. per non dire di peggio…

Ma, ecco, fingiamo che la nostra coppia lombarda sia riuscita a risolvere quel problema di dove andare a fare all’amore nel pomeriggio di quella domenica e di tante altre dopo. Che non si siano fatti fregare da una vita “senza voglie, di voglie senza sbagli”, e che abbiano continuato ad amarsi.  Immaginiamo che un bel giorno i due abbiano trovato finalmente la loro “casetta due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi”. Magari – che so – hanno lasciato Milano per Genova. Immaginiamo che a Genova, nella loro casetta, dopo che hanno fatto all’amore, siano lì, abbandonati, sul letto.

Canzone: Il cielo in una stanza, di Gino Paoli

Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti
ma alberi,
alberi infiniti:
quando sei qui vicino a me
questo soffitto viola
no, non esiste più.
Io vedo il cielo sopra noi
che restiamo qui
abbandonati
come se non ci fosse più
niente, più niente al mondo.
Suona un’armonica:
mi sembra un organo
che vibra per te e per me
su nell’immensità del cielo.
Per te, per me:
nel cielo.

Alberto Arbasino, che è uno scrittore sempre intelligentemente “eccessivo”, sosteneva che  “Il cielo in una stanza” è superiore a qualsiasi componimento “minore” di musica classica.

Sarà troppo, sarà paradossale, ma il fatto è che quella musica con quel testo, quella canzonetta da quattro soldi in cui sbaglieremmo nel voler considerare le parole separate dalla melodia, beh… si infila nelle nostre orecchie e diventa un pezzo di noi.

Sapete, una volta – da ragazzo – sono andato a Innsbruck, in Austria. Con due miei amici facevamo un giro in Europa con zaino e sacco a pelo, dopo la maturità. Avevamo pochi soldi, ovviamente, e quindi non li sprecavamo in spese come si dice voluttuarie. Ma più durava questa forzata austerità, e più diventava difficile resistere alle tentazioni, soprattutto gastronomiche. Appena arrivati a Innsbruck ci mettemmo a girare per la strada principale, e a un certo punto – tac! – rimanemmo paralizzati di fronte alla vetrina di una pasticceria.

Come sapete, la pasticceria austriaca è una delle più succulente al mondo. Non appena riuscimmo a ricacciare indietro la bavetta che secernevamo guardando come degli idioti quel ben di dio nella vetrina, ci bastò un’occhiata fra noi per decidere di entrare, e a quel paese l’austerità.

Non ricordo su che cosa si avventarono i miei amici, magari dopo essersi espressi a gesti e a mugolii ignorando di tedesco una parola che fosse una. Senz’altro anch’io feci la mia bella figura da selvaggio. Ma mi ricordo perfettamente che cosa scelsi. Era una… chiamiamola una pasta, a forma di tazzina da caffè. Sottilissima, perfetta, col manico che si poteva prendere delicatamente fra pollice e indice, come una tazzina da caffè “vera”. Solo che non era di porcellana, ma di cioccolato. E all’interno della tazzina, uno sbuffo a torciglione di panna montata, e in cima, rossa, una ciliegina candita.

State sbavando anche voi, eh?….

Beh, la cosa meravigliosa di quel capolavoro, ancor prima di mettere in azione le papille gustative e di sentirla sciogliere in bocca, era l’esitazione tra l’addentare il cioccolato e leccare la panna, o il decidere di trattare quell’oggetto come meritava, e cioè come un’opera d’arte. Esitazione che aumentava il desiderio, come sa bene chi – se non di pasticceria – è almeno appassionato di cose come il sesso. Chi aveva inventato quella cosa conosceva benissimo quella figura retorica che è l’analogia, e quindi decisi di seguirlo, di farla lavorare quell’analogia, di comportarmi come se quella fosse una vera tazzina da caffè piena di panna: mi feci dare un cucchiaino, cominciai dalla ciliegina, poi lentamente centellinai la panna, e alla fine iniziai a sgranocchiare il cioccolato. Lo stesso effetto sapiente che il signor Algida ha applicato al cornetto-gelato, no?: che alla fine del cono, quando avete già scrofanato tutto, vi riserva un paio di centimetri di cioccolato: saluto crepuscolare al cornetto appena defunto, e promessa del cornetto che verrà.

Se posso azzardare una specie di conclusione, la poesia è un po’ come quella pasta di Innsbruck.

La poesia ha un contenuto (la panna, la ciliegina): ti dice delle cose. Ma prima e oltre quelle cose ti si offre con la sua forma (la tazzina), la mette in mostra: ti dà se stessa, e questo è il linguaggio. E tu mangi il contenuto e il contenitore, e non sai più qual è il contenitore e quale il contenuto, e anzi non te ne importa niente, perché quella esperienza è la stessa: è una, e unica.

In un altro modo, capita questo anche alle canzonette. Se prendete le parole da sole – o la musica da sola – sono banali, spesso mediocri in modo irritante. Ma la canzone è parole-e-musica, e in più c’è chi la canta, il timbro della voce, eccetera: quella che si chiama “interpretazione”.

Così è quella canzonetta di Gino Paoli.

Questa stanza qui, col soffitto dipinto di viola – magari un po’ squallida, che conosciamo bene perché è la nostra quotidianità – appena ci sei tu diventa un’altra cosa. Le pareti sembra non ci siano più, e gli alberi altissimi, infiniti, vanno su su nell’immensità del cielo. La nostra stanza, la nostra realtà quotidiana, finita, ha in sé l’infinito.

Con tutto il rispetto, è una storia che qualcun altro, nel 1819, aveva scritto in un altro modo.

L’infinito, Giacomo Leopardi (1819)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

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