079 Chiusura d’esercizio

By 18 Maggio 2016News

Il Bausler Institut chiude i battenti. Una clinica per ciechi prenderà il suo posto, nel nostro caso praticabili e lavagne luminose ritornano in posizione. Tra lacrime e sospiri abbandoniamo le luci verdi per ritrovare quelle bianche, le fiamme si son spente, le educande son tornate nelle loro stanze. E’ stato intenso…grazie a tutti e a tutte!

Hanno scritto di noi.

 

Il resto del Carlino
Le terribili claustrofobie e angosce con “I beati anni del castigo”
Pierfrancesco Giannangeli
7 maggio 2016

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Inscenagiornale
“Nessun cuore è al sicuro”
di Elisabetta Marsigli
9 maggio 2016

“Nessun cuore è al sicuro”: all’interno del Bausler Insitut, sapientemente ricreato dagli studenti della Scuola di Scenografia di Urbino, ove si respira un’aria cupa, tetra, che ha il sapore di quel rigore del collegio femminile di Appenzell, quello che ha ispirato il romanzo di Fleur Jaeggy I beati anni del castigo.
Si entra uno alla volta nell’Aula dell’Accademia: “benvenuti al Bausler Institut”, la voce inquietante, algida, ci dà il benvenuto in un luogo spettrale, animato da figure quasi robotizzate nella loro rigorosa divisa. Fanciulle che sembra abbiano perso ogni identità, ogni speranza di ribellione.
L’atmosfera di un pessimo presagio di disgrazia incombe: a terra le sagome uguali a quelle disegnate dalla polizia scientifica dopo un delitto: non siamo in una fiaba, no, non c’è il sorriso di un’adolescente ad attenderci, ma sguardi vacui, fissi, impietosi, senz’anima.
Inizi a sentirti solo nonostante il pubblico che ti circonda, che si aggira, osserva. Quando sono entrati tutti la porta si chiude e quel rumore ti gela il sangue, hai l’impressione di essere finito in un incubo, quello della tua infanzia: sì, eccoti dentro quello sgabuzzino della penitenza, sai di non avere più potere finché quella porta non si riaprirà.
Il gioco è iniziato e non ti resta che accettarlo: la storia di una clausura riservata a “ragazze da raddrizzare” o anche semplicemente da “educare” prende il sopravvento nel claustrofobico ambiente. Le fanciulle si muovono attraverso gesti ripetitivi, eseguiti meccanicamente.
Vuoto, ansia, ribellione, castigo, ardore, condivisione, vertigine, solidarietà, sospensione…
La suggestione ha il sopravvento: rifiuti, vorresti marciare con loro, opporti alla ragione, alla soppressione di ogni sentimento come il rigore chiede in un collegio femminile: un’adolescenza privata di emozioni.
“Il racconto trattiene molte più cose di quanto non dica – scrive nelle note Francesco Calcagnini, uno dei coordinatori del progetto insieme a Lucia Petroni – ed anche l’encomiabile esercizio di raffigurarsi cose e luoghi documenta sempre un’esattezza insoddisfacente.”
La sensazione è proprio quella, va al di là di ciò che si sta guardando, scava nei ricordi, in quella solitudine provata anche in mezzo alla gente, alla ricerca di un’identità confusa, in un’età dove tutto è indefinibile e indefinito.
Un vuoto che …svuota, che crea e distrugge come la fiamma che ha bruciato una madre priva di amore.

Straordinarie e “rigorose” le allieve dell’Accademia, pregevoli i camei di Maria Paola Benedetti e Giorgio Donini, in un lavoro vissuto fino in fondo con passione, dalla costruzione delle scenografie, alle luci, agli effetti, alle immagini. Un lavoro che coinvolge ed emoziona e che lascia il segno.


gliSTATIGENERALI
I beati anni della scenografia
di Andrea Porcheddu
17 maggio 2016

Se devo pensare a una persona “geniale”, tra le tante cui potrei fare riferimento, penso a FrancescoCalcagnini. Questo raffinato scenografo, regista, pedagogo (per me anche e soprattutto un amico) ha tutte le stimmate della genialità.

Intesa certo non come “fiamma che brucia”, ma come fardello da portarsi dietro, con cui fare i conti giorno per giorno: intanto una consapevolezza amara della vita e delle vicissitudini connesse; un’allegria stralunata nello stare al mondo; un essere costretto – spesso – a definirsi in un altrove non sempre ben indentificato: una fatica, insomma, a convivere con la propria creatività e la propria arte che spesso comporta una decisa marginalità.

Il tutto, però, sempre accompagnato da ironia, da gentilezza, da quello stupore infantile che rende limpido lo sguardo. Francesco ha alle spalle allestimenti importanti in opera e in prosa, ma da anni ha scelto un altrove tutto suo: lui, pesarese, insegna all’Accademia di Urbino, e ogni anno, con un manipolo di allievi, sforna saggi che definirli tali è sicuramente riduttivo, forse improprio. Perché si tratta di geniali allestimenti, fatti con quattro soldi, in cui sistematicamente l’invenzione dello spazio, la trasformazione della materia, la dialettica attore-scena vengono radicalizzati con esiti sorprendenti (basti pensare al meraviglioso lavoro fatto con gli allievi per Il Barbiere di Siviglia al Rossini Opera Festival).

Bausler Institut, progetto della Scuola di Scenografia

Bausler Institut, progetto della Scuola di Scenografia

All’Accademia diretta da Umberto Palestini, nella piccola aula-teatro, Calcagnini crea talento e talenti: un po’ come Copeau con i suoi copeaus in Borgogna, radunati però nelle viuzze rinascimentali di Urbino, il gruppo di giovani e giovanissimi scenografi studia e lavora per un anno dietro a un progetto che si brucia in un paio di repliche.

A far da filo conduttore della produzione 2016 è stato un bellissimo romanzo: I beati anni del castigo, di Fleur Jaeggy, che già affascinò Luca Ronconi.

Allora, passata la casa natale di Raffaello, girando a destra su per un’altra, ennesima salita, si arriva all’Accademia dove, uno spettatore alla volta, ci si immerge nel regno algido e ambiguo del “Bausler Institut” (questo il titolo dell’opera presentata nell’ambito di Teatroltre 2016).

Qui si è accolti in uno spazio polisemico: il pubblico può vagare, immergersi nella simultaneità di azioni, che lentamente svelano tutti i protagonisti della vicenda. Le collegiali, le educande create da Jaeggy, nella versione scenica si muovono all’inizio come automi, reiterando e insistendo – in loop sentimentali oltre che fisici – azioni minime o eclatanti.

Bausler Institut, progetto della Scuola di Scenografia

Bausler Institut, progetto della Scuola di Scenografia

Lo spazio si moltiplica nei dettagli visivi, nelle lontane video proiezioni, nelle istallazioni che lo fanno apparire quasi come una gallerie d’arte, o una wunderkammer di memorabilia o objet trouvé.

Eppure la drammaturgia si fa stringente, e il racconto si dipana – affidato a voci fuori campo o azioni live – creando una suggestione di straniante fastidio, che ingabbia e quasi soffoca. Il clima claustrofobico della storia, le relazioni tempestose e nascoste, le dinamiche seduttive e distruttive si snoccionalo una dopo l’altra.

E le giovanissime interpreti (quasi tutte studentesse, affiancate da due attrici professioniste complici del progetto: Maria Paola Benedetti e Francesca Gabucci cui si aggiunge Giorgio Donini) hanno energia da vendere nel trasmettere ogni minimo dettaglio umorale del romanzo.

Ecco, l’elemento commovente di questo spettacolo: quella pura adesione a un progetto, quel fare teatro con slancio e passione, quella condivisione profonda – senza remore, senza sovrastrutture – che fa di questo lavoro un evento vero, autentico, trascinante. Bastava guardare gli occhi ardenti, quelle braccia che si slanciavano in aria, quell’avanzare e indietreggiare assieme – come in una parata degna di PinaBausch – gridando parole vane. Vi è una bellezza, un candore, in questi frammenti assemblati come in una raccolta di fotografie, che spezza il cuore. Si esce con una scorta di bella energia, con la consapevolezza che il teatro – quando è ben fatto, anche se con pochi o nulla soldi – ha davvero il valore assoluto che cerchiamo.

Un dettaglio della scenografia

Un dettaglio della scenografia

 

Muovendomi nel percorso scenografico degli urbinati, poi, riflettevo su un fatto. Guardavo quei pochi fari antichelli usati dagli studenti, e mi tornava in mente una questione che si è già aperta, ma ancora non ha trovato soluzioni: ovvero ci sono premi, prestigiosi, che vanno alla “migliore scenografia”. Allora di fatto, magari anche indipendentemente dalla volontà dei giurati, si tende a premiare la scenografia “più bella” che spesso e volentieri è la “più ricca”, ovvero quella che può avvalersi di mezzi maggiori. La qual cosa, ben si comprenderà, è un criterio assai discriminante. Chi fa scenografia, oggi? Chi se lo può permettere? La drammaturgia dello spazio, si sa, è una questione cruciale del Novecento teatrale, ma oggi rischia di declinarsi in un problema di budget. O di genialità, appunto.

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E in questo caso, anche se sono tanti da leggere, voglio chiudere l’articolo citando tutte le protagoniste di questa storia: Aurelia D’Alessandro, Federica Foglia, Jessica Fuina, Virginia Gidiucci, Chiara Lavana, Mattia Michetti, Alessandra Romagnoli, Nyke Sama, Angelica Sbrega, Monica Scaloni, Giulia Schiavone, Federica Serra, Daniela Tebaldi, Giada Tonioni e Francesco Zanuccoli. A questo indirizzo, ulteriori info sullo spettacolo e sull’Accademia: per chi volesse saperne di più e per chi avesse voglia di studiare scenografia.

 

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